Reset e accesso SSH nel NAS Lacie Network Space 2

Share

Devo ammettere che il tizio che ha scattato questa foto è stato più intelligente di me. Io ho tentato di toglierla con le unghie ma mi si è rotta in mille pezzi e a quel punto me ne sono fregato e ci sono passato sopra col cacciavite. :D Si, stiamo ancora parlando del mio NAS Lacie Network Space 2 e quel sigillo di garanzia nasconde una vite da togliere per estrarre l’hard disk. Ma veniamo con ordine..

L’altra volta ci siamo lasciati dicendo che questo NAS, per quanto carino possa essere, nasconde un difetto molto importante: c’è un solo disco rigido, in cui sono presenti sia il sistema operativo che i dati. Quindi, se va in pappa l’HD va in pappa anche il sistema e apparentemente non c’è modo di recuperare le cose. Gli utenti normali a quel punto sarebbero costretti a portare il NAS in assistenza, ma figurati se noi nerd ci scomodiamo per un hard disk quando basta un po’ di tempo e qualche cacciavite! :D

Avevo ordinato un bel cavetto da eBay con il quale potevo accedere alla porta seriale inclusa in quest’affare e vedere perché diavolo s’impianta all’avvio. Tra l’altro, quel cavo deve ancora arrivarmi. :D Come ho risolto, allora? Con una procedura di reset che ho trovato sul sito di Lacie: all’inizio non m’ispirava particolarmente, le istruzioni possono essere poco chiare, ma in tempo di guerra non si butta via niente e alla fine sono riuscito a resettarlo. Ecco come funziona.

Reset del dispositivo

  1. A NAS spento, premete il tasto di accensione e tenetelo premuto finché non si avvia e successivamente la luce blu diventa rossa fissa;
  2. rilasciate il pulsante. La luce rossa dovrebbe iniziare a lampeggiare;
  3. premete di nuovo il pulsante. Fatelo in fretta, finché la luce lampeggia, e tenetelo premuto per 5 secondi. State attenti perché non dovete premerlo né troppo tardi (dopo qualche secondo la luce rossa lampeggiante diventa blu) né per il tempo sbagliato (5 secondi, non un tempo a caso!). Se sbagliate dovrete rifare tutto da capo;
  4. al termine del countdown rilasciate nuovamente il pulsante. A questo punto il NAS si riavvierà e inizierà a smacchinare, si resetterà (formatterà qualche partizione e installerà un vecchio firmware) e sposterà tutti i dati che avete dentro MyShare/Recovery. Tranquilli, quindi, niente andrà perduto.

Dopo il reset ho aggiornato tutto all’ultima versione. Non avevo paura di perdere qualche backdoor per abilitare il demone SSH: visto che l’ho già disassemblato e perso la garanzia, posso benissimo abilitarlo collegando l’HD ad un altro computer. Prima di rivelarvi la procedura, è bene che vi spieghi brevemente com’è partizionato quel cavolo di disco.

Schema delle partizioni

Iniziate a rifarvi gli occhi a suon di fdisk e df.

In sostanza, il disco è così partizionato:

  • /dev/sda1: partizione estesa che contiene:
  • /dev/sda5: swap
  • /dev/sda6: non ne ho idea ma qui potrebbe esserci il bootloader
  • /dev/sda7: firmware della scheda logica (read-only)
  • /dev/sda8: sistema linux di base di Lacie (read-only)
  • /dev/sda9: sistema linux in uso (read-write)
  • /dev/sda2: tutti i vostri dati più dashboard, configurazione transmission (il demone che scarica i torrent) e così via.

Quindi è /dev/sda9 che il sistema usa continuamente e dove salva la configurazione ed è proprio qui che agiremo. Se poi volete assicurarvi l’accesso ssh anche in caso di reset, potete provare a modificare pure /dev/sda8. Fate un po’ voi.

Abilitare SSH

 Generare le chiavi di accesso

Non so se ci avete fatto caso, ma c’è un piccolo problemino da risolvere: anche abilitando il demone SSH, come faremo a loggarci da remoto se non conosciamo la password di root? Un passwd da chroot? Tanti auguri. :D In breve, creeremo una coppia di chiavi pubblica-privata e salveremo quella pubblica nella cartella utente di root, in modo da auto-autorizzarci l’accesso con la password della chiave privata.

Per generare la coppia di chiavi, da un sistema GNU/Linux o OS X (Windows chissenefrega :D ) basta digitare questo comando da terminale:

user@computer:$ ssh-keygen -b 1024 -t rsa -N YOUR_PASSWORD -f lacie_ns2

A questo punto abbiamo ottenuto due file: lacie_ns2 che è la chiave privata e lacie_ns2.pub che è quella pubblica. Tenete in vista quest’ultima che ora ci servirà.

Attivare il demone SSH e auto-autorizzarci per il login

Bene, smontiamo il disco, colleghiamolo ad un computer con sistema GNU/Linux (per comodità) e montiamo la partizione ext3 /dev/sda9. Accediamo alla cartella snaps/00 e troverete molte directory familiari: /etc, /root, /var, eccetera eccetera. Dopotutto ve l’ho detto questo è il vero sistema usato.

A questo punto, tutto si risolve in tre semplici passi:

  1. modificare con un editor testuale il file etc/initng/runlevel/default.runlevel decommentando la riga sshd, corrispondente al nostro amico demone. Così al prossimo avvio il sistema lo eseguirà automaticamente.
  2. controllare la configurazione di ssh presente nel file etc/ssh/sshd_config. Verificate su che porta ascolta (22) e che il login da root sia permesso (PermitRootLogin yes).
  3. aggiungere al file root/.ssh/authorized_keys il contenuto di lacie_ns2.pub. Se il file non esiste, createlo.

Ora, rimontate il disco, avviate il NAS e dal terminale del vostro computer date:

user@computer:$ ssh -i /percorso/del/file/lacie_ns2 root@INDIRIZZO.IP.DEL.NAS

inserite la password che avete scelto al momento della creazione delle chiavi e godetevi lo spettacolo! Una volta entrati potete pure modificare la password di root (passwd) in modo da accedere da qualsiasi altro computer. Spero di essere stato più esaustivo possibile, se avete qualche domanda mi trovate tra i commenti. :)

Share

Lacie NAS Network Space 2 e la brillante idea di mettere SO e dati nello stesso HD

Share

Abbandonato il progetto “Linux on a Mac” per assenza di supporto hardware adeguato, mi sono concentrato sull’idea geniale che sta alla base del mio NAS. Chiunque l’ha avuta dev’essere stato un vero genio: installare il sistema operativo, basato su Linux, nello stesso hard disk dove sono contenuti i dati. Così il prodotto finale costerà meno, perché si risparmia il costo di un chip di memoria flash di capienza sufficiente a salvare l’intero sistema. Chissà quanto costeranno 256-512 MB…

Tuttavia, questa soluzione apparentemente geniale, nasconde in realtà un enorme problema: cosa succederebbe se qualche partizione avesse problemi d’integrità logica tali da impantanare il processo di boot nel momento in cui il sistema non riuscisse a montarla (la partizione)?

Se il sistema operativo fosse stato in un chip separato sarebbe riuscito ad avviarsi, a connettersi alla rete e a darmi uno stramaledetto accesso SSH che mi avrebbe permesso di cercare di sistemare la situazione. Invece, quel dannato accrocchio nero con la luce blu mi ha portato con sé all’inferno.

La luce blu lampeggiante…

Tutto iniziò una tranquilla mattina di qualche settimana fa. La sera prima avevo aggiunto qualche torrent a Transmission tramite l’interfaccia web e il giorno dopo, una volta finita la colazione, avviai il mio MacBook, il mio NAS e diedi un’occhiata ai progressi dei download. Tutti i torrent erano spariti, compresi quelli il cui scaricamento era già terminato da un pezzo. I file c’erano fisicamente sul disco, anche se a volti incompleti, ma Transmission sembrava non averli mai visti.

Mi accorsi che nella root c’erano numerosi file vuoti il cui nome era composto da una sequenza casuale di lettere e numeri. Inoltre, l’interfaccia web di Transmission non rispondeva più, segno che qualcosa non andava. Ignorai il segnale che nella mia testa diceva: “leggi i log, dannazione, leggi i log!” e tentai il riavvio. Fu l’ultima volta che vidi il NAS vivo. Dopo il riavvio, era diventato inaccessibile.

L’intervento..

Decisi di aprire il NAS, estrarre l’hard disk, montarlo nel mio PC fisso e diagnosticare cos’era successo alle partizioni da lì. Rimuovere il coperchio in plastica fu difficile, ma non impossibile. Ovviamente, data l’assurda politica per cui il sistema sta sullo stesso HD in cui stanno i dati, è logico presupporre che Lacie non gradisce che si tocchi il disco. Il sigillo di garanzia apposto in una delle viti da rimuovere per estrarre l’hard disk sembra confermare questa tesi.

Montato l’HD, la scheda madre del mio desktop computer non sembra gradire il nuovo arrivato, probabilmente perché SATA 2. Su suggerimento del mio amico nerd DGXstyle, mi sono dotato di un adattatore sata2ide con cui ho potuto controllare lo stato smart del disco (sembra ok) e constatare che i file ci sono ancora tutti e sono leggibili (per fortuna, così posso continuare a guardare le stagioni di scrubs).

Ho verificato ed eventualmente riparato tutte le varie partizioni del disco e l’ho rimontato sul NAS convinto che stavolta si sarebbe avviato dignitosamente. Purtroppo, niente da fare.

La porta seriale d’emergenza

Quando sembrava giunta l’ora del formattone (operazione alquanto rischiosa) se non del pensionamento del NAS dopo solo un anno di lavoro, sono venuto a conoscenza che quel coso ha una serie di piedini che possono essere usati per allestire una specie di porta seriale di emergenza.

Almeno le scimmie che lavorano per Lacie ne hanno fatta una giusta! L’unico lato negativo è che non è una porta seriale standard (ti pareva), ma solo qualche piedino, per cui è necessario procurarsi un adattatore che per vie ufficiali costa 50€ comprese tasse e spese di spedizioni, mentre su eBay sembra essere venduto a 5 Euro tutto incluso. Ovviamente l’ho preso su eBay. :D

Al momento in cui scrivo, sto aspettando che arrivi. Se funzionerà, potrò finalmente capire perché questo catorcio s’impianta durante il boot, cercare di ripararlo e probabilmente prima o poi venderlo su eBay perché troppo inaffidabile per i miei gusti.

Se neanche così riuscirò a venirne fuori, mi addentrerò per la strada della formattazione (non prima di aver comprato un altro disco per il backup). Come soluzione finale, venderò i pezzi su eBay (potrebbero essere utili a qualcuno cui è morta la scheda logica), mi terrò l’HD e costruirò un NAS fatto in casa.

Vi terrò aggiornati. :)

Share

Il KDE di (K)Ubuntu è veramente molto molto Karino!

Share

Avevo deciso di provare Ubuntu per la sua fama di distro compatibile con l’hardware più disparato. In effetti, anche se durante l’installazione il supporto al chip wireless broadcom mi ha lasciato a piedi, dopo il setup e qualche aggiornamento quasi tutto l’hardware è stato riconosciuto.

Dico quasi tutto perché non ho testato il riconoscimento dell’iSight, la webcam integrata, e ho dovuto installare gli immancabili pommed ed lm-sensors rispettivamente per i tasti speciali e i sensori di temperatura. Ho apprezzato molto molto anche la documentazione in fatto d’installazioni Ubuntu su MacBook. Non sono riuscito a prendere il comando della luminosità dello schermo per la mancanza del pacchetto idoneo nei repository, in quanto il team Macteal non ha ancora reso disponibile l’armamentario per Precise Pangolin 12.04. Si, è vero, ho provato una beta. :D

Ovviamente Unity è durata meno di 5 minuti. Ho tentato di tornare al GNOME classico, ma non avevo tanta voglia di smanettare in quest’ambito e così sono tornato al mio caro KDE, il quale mi ha piacevolmente sorpreso. Ben pacchettizzato, non mi ha dato l’impressione di essere rimasto a marcire nei repository come mi aspettavo.

Ho avuto qualche problemino a configurare decentemente il touchpad, ma queste sono sciocchezze in confronto ai problemi che realmente mi preoccupavano. Quindi, potete ben immaginare come è stata grande la sorpresa di scoprire che, dopo aver aggiornato il sistema, KDE non ha sofferto di glitch e altri fenomeni di corruzione grafica che affliggevano i driver proprietari NVIDIA impegnati nell’accelerazione grafica in sistemi Linux a boot EFI.

Infatti, questo è il vero tallone d’Achille di una distro GNU/Linux in un moderno Mac e notare come su (K)Ubuntu tutto funzioni per il meglio mi ha fatto molto piacere. Vorrà dire che se non troverò alternative e vorrò sbarazzarmi di OS X, questa potrebbe essere la distro ideale.

Anche se c’è da riflettere al riguardo: Ubuntu si sta trasformando in una distro molto molto commerciale, come si può notare da molti piccoli particolari. È sicuramente molto diversa dalla distro di qualche anno fa. E poi, anche se alcuni rumors danno come favorite le Qt alle Gtk nel futuro di Ubuntu, KDE ha bisogno di un po’ di tempo per riprendersi dalle cattiverie subite da Canonical, che ha sempre messo al primo posto GNOME.

Ora vi saluto, la prossima distro da provare sarà openSuse. :) Bye bye! :D

Share

Credo che il mio prossimo computer non sarà un Mac (cambio di programma: dual boot OSX + Linux)

Share

Oddio… boh, non lo so di preciso. Però, visto il numero di smanettamenti (colossali, viste le previsioni) che l’hardware Apple mi ha mandato a monte, un pensierino ce lo sto facendo. Ho visto tante marche interessanti, Alienware, per esempio, ma sono troppo abituato al fine spessore del mio MacBook e tornare indietro a quel mattone sarebbe un duro colpo. Tuttavia, queste sono solo speculazioni visto che non ho nessuna intenzione di cambiare portatile ora. Avevo solo l’intenzione di pubblicare questo post con un titolo un po’ piccante. :P

Torniamo a noi e ai nostri smanettamenti. Tutto, finora, è andato a puttane. Scusate la finezza ma è andata proprio così, senza mezzi termini. Perché? Perché, preso dalla foga, non ho tenuto conto di una cosa direi importantissima: il mio MacBook non ha un BIOS, ma un EFI (Extensible Firmware Interface). Per i nerd niubbi, il mio Mac è dotato di un firmware più intelligente del BIOS a cui è possibile (ma Apple nei suoi prodotti lo vieta, a meno di non usare applicazioni di terze parti) accedere tramite un’interfaccia estensibile. Più chiaro di così.

Cos’ha EFI più del BIOS? Tante cose, ad esempio se il vostro aggeggio ha due chip grafici, EFI può decidere quale usare a caldo (cioè in corsa, cioè a computer avviato e sistema operativo caricato). Il BIOS queste cose se le sogna e per switchare tra un chip grafico e l’altro ha bisogno di un riavvio.

Con EFI arriva anche GPT (GUID Partition Table), lo standard per la tabella delle partizioni secondo EFI. È un po’ incasinato, ma EFI sta a GPT come BIOS sta a MBR, quindi bisogna usarlo. Tutto ok, direte voi, ma dov’è il problema? Il problema è che Apple nelle sue macchine non usa un EFI pulito, ma un miscuglio (o tramacio, come si dice dalle mie parti) tra il vecchio standard “alla cazzo di cane” Intel EFI 1.x e il nuovo standard  UEFI 2.x, prendendo quello che le serviva e basta. Senza contare che non viene data nessuna informazione su come funzioni veramente quell’affare. Apertura zero, insomma, e si cammina nel buio.

Quindi, morale della favola, non funziona una madonna niente, neanche usando GPT + Grub 2 con compatibilità EFI + kernel Linux EFI-compatibile. Nada de nada. Non funziona nemmeno provando  in maniera molto semplice l’emulazione del BIOS che Apple s’è inventata per far girare Windows, senza tanti casini rispetto a quelli che si creerebbero per gli scopi per cui è stata progettata (ne parleremo dopo) e quindi GRUB normale, kernel normale e MBR partition table. Ancora niente.

Tutto questo perché nessun software non-Apple sa con certezza come funzionino le cose in un Mac. Per questo, è necessario che OS X resti installato e che qualsiasi altro sistema debba stare in dual boot, onde evitare casini. Se avete visto la popolare nerd-serie-TV Chuck, allora potrei paragonare il Mac all’Intersect e OS X al Governatore progettato da Orion per evitare che tutto vada a finire storto.

In questo modo, potrei anche installare rEFIt, una famosa estensione al famigerato EFI del Mac che potrebbe darmi una mano e farmi evitare l’esaurimento nervoso. A questo punto, si prospettano due soluzioni:

Soluzione Pulita: EFI

La soluzione pulita prevede un dual boot OS X + Linux esclusivamente in ambiente EFI, utilizzando GPT per entrambi i sistemi, visto che sanno leggerla benissimo. GRUB2 verrà installato nella partizione root del pinguino e rEFIt si occuperà di caricare il bootloader del sistema scelto all’avvio. Sembra semplice, oltre che pulito. Senza nessun rito voodoo.

Soluzione ibrida: EFI + BIOS, GPT + MBR

La chiamano ibrida, a me piace chiamarla fantasma. Consiste nell’utilizzare al massimo la rete di diavolerie voodoo che Apple ha messo in piedi per poter usare Windows sui Mac senza che lui si accorga che risiede in una partizione organizzata in una tabella che nemmeno conosce e che invece di dialogare col BIOS parla con tutt’altro software. Bendato e imbavagliato, insomma.

Non mi riferisco solo all’emulazione del BIOS. Apple con Bootcamp si è inventata un modo creativo di usare degli strani puntatori per far credere a qualsiasi sistema che voglia dialogare in MBRese che alcune partizioni (max. 3) sono MBR quando invece sono GPT fino al midollo. Fantasma, appunto. È una soluzione fica, ma che può dare problemi in certe situazioni.

Perché hai questo dubbio invece di buttarti a occhi chiusi sull’EFI pulito? Perché GRUB2 da configurare e un po’ rognoso e la procedura cambia in certe parti da distro a distro. Alcune distro, poi, usano dei metodi molto pericolosi che potrebbero metaforicamente mandare a puttane il firmware del mio Mac. Inoltre, non so ancora quanto a Linux piaccia EFI, perché in giro si leggono cose interessanti al riguardo. Credo che proverò giustamente l’EFI pulito, e se trovo qualche rogna proverò quella che a me piace chiamare hybrid partition table (HPT) o ghost MBR.

Nel frattempo, fatemi finire di metter su OS X, ridimensionare la sua partizione senza far danni (ci vorrà Bootcamp) e installare rEFIt. Avrete presto mie notizie. Bye! :)

Share

iPhoto: backup delle foto suddividendole in cartelle in base agli album

Share

Bene, continuiamo coi nostri preparativi prima della mega orgia di distribuzioni nel mio MacBook: stiamo ancora impacchettando tutto prima di traslocare (leggi: backup). Dopo aver sistemato la faccenda musicale, è giunto il momento di portar via tutte le foto da iPhoto, un altro obbrobrio della Mela. Infatti, neanche qua è possibile fare il backup come comoda al sottoscritto senza usare applicazioni di terzi.

Mi chiedo: è tanto chiedere che vengano salvate tutte le foto divise per album, ognuno con la propria cartella? Vabbè, per fortuna googlando ho trovato un’altra app che fa al caso mio e di tutti quelli che voglio fare le cose allo stesso modo. Sto parlando di iPhoto to JAlbum Exporter. Ok, l’intenzione di ‘sto coso sarebbe fare il backup per jAlbum, ma noi ce ne freghiamo e lo usiamo lo stesso. Al massimo, basta zappar via i file di configurazione in eccesso (un paio di ogni album), niente di così grave. Chi si accontenta gode, dopotutto.

Come vedete l’interfaccia è abbastanza semplice e intuitiva. Scusatemi se ho oscurato qualche album, in fondo che interessa a voi che foto conservo io? No, non sono porno. :D Non sto qua a spiegarvi tutti i passaggi per filo e per segno, tanto siete nerd e in un’occhiata all’immagine avrete già capito tutto. :D

Quel che importa è che anche questa è fatta. Prossimamente ci sentiremo ancora per altre vicende che è meglio sapere quando si fa un backup del genere su OS X. Altrimenti, inizieremo a smanettare come si deve. A presto! :)

Share

Guida al backup della libreria iTunes su cartelle organizzate

Share

Ebbene si, questa è la mia famigerata libreria iTunes: quasi 30GB di musica per circa due settimane di riproduzione continua! Un po’ tanti, no? Eh, vabbè, sono un musicofilo, ascolto di tutto. :D

Dopo aver deciso di piallare OS X per installarci tutto quel che mi passa per la testa, ho bisogno di fare un backup della mia libreria musicale e trasferirlo nel mio hard disk esterno per essere disponibile quando voglio e nel programma che voglio. Per questo ho bisogno che il backup sia fatto su cartelle organizzate.

Tranquilli, non è niente di così difficile da comprendere o voodoo. Semplicemente, invece che prendere la cartella iTunes che si trova nella cartella Musica, e quindi la libreria così com’è, mi serve estrapolare dal software tutte le canzoni e organizzarle in cartelle suddivise per autore. Cartelle organizzate, appunto. È l’unico modo per poter poi importare tutto in qualsiasi software io decida di usare per ascoltare della musica. Read more

Share

Report ABC su Foxconn: ecco come Apple fa soldi

Share

Riemergo dalle mie intense sedute di ricerca per parlare delle recenti novità riguardanti una faccenda complicata e misteriosa che mi sta molto a cuore: le condizioni dei lavoratori Foxconn che assemblano i prodotti Apple, iPhone o iPad che siano. Sì, perché a quanto pare questi dispositivi sono praticamente fatti a mano (141 passaggi per assemblare un iPhone) da operai costretti a turni massacranti. Per non parlare delle voci che correvano secondo le quali nelle fabbriche venivano nascosti lavoratori minorenni quando si prospettava un’ispezione.

Detto questo, è il momento di dare un’occhiata quasi dal vivo al processo produttivo dell’iPhone, ripreso in un reportage di ABC. È la prima volta in assoluto che Apple e Foxconn acconsentono a riprendere i lavoratori e la catena di montaggio. Nel video di 15 minuti, disponibile qui sotto, potrete vedere il silenzio dei lavoratori, la loro paga di due dollari l’ora, la mensa pagata a parte, i dormitori, le reti anti-suicidio per evitare che gli operai si buttino dai tetti, e tanto altro ancora.

È interessante notare come le condizioni di vita dei lavoratori cinesi nelle loro case siano talmente degradate che, sebbene Foxconn non sia la migliore azienda del mondo in termini di diritti umani, lavorare lì rappresenta un’occasione molto grossa da non sprecare. La fabbrica sembra un paradiso, in confronto alle loro abitazioni. Buona visione.

P.S.: uno dei dirigenti Foxconn ha dichiarato che sarebbero ben felici di raddoppiare la paga ai lavoratori, se Apple glielo chiedesse.

Share

Il mio MacBook sarà luogo di numerosi test prossimamente (leggi: Linux)

Share

Ebbene si, ho deciso di abbandonare la noiosa (e impallosa ultimamente) vita da utente Mac OS X e testare un uso del mio MacBook molto più alternativo. Sento di non condividere più come una volta le idee di Apple su come sviluppare un sistema operativo e piuttosto preferisco fare pace con Linux e riavvicinarmi ad esso.

Avevo pensato a Gentoo, per cominciare, visto che sono sempre stato convinto che OS X non sfruttasse al meglio l’hardware della macchina e Gentoo è il metodo più efficace per verificare la validità o meno di questa tesi. E poi chissà, magari OpenSuse, Fedora, Slackware, Arch Linux, ElementaryOS, Funtoo, Ubuntu 12.04, Mint, Debian e chi ne ha più ne metta. Magari pure Mountain Lion, visto che è appena uscita la Developer Preview e un test non mi dispiacerebbe. :D

Vi terrò informati. Il primo passo sarà ovviamente il backup. Il sacrosanto backup. Bye! :)

Share

VitaDaNerd.it torna online! (Maledetto WordPress e riflessioni sui blog)

Share

Dopo un’attesa di circa due settimane, VitaDaNerd.it è finalmente tornato online! Come potete vedere, ci sono alcune novità: un nuovo tema innanzitutto e cosa molto importante una sezione social in cui è possibile segnalare e commentare le ultime notizie dal mondo dell’informatica.

Questo perché ho iniziato a riflettere sull’uso di questo blog e sui contenuti da pubblicare. Aggiungere news per di più composte da un paio di paragrafetti inizia a sembrarmi decisamente poco utile. Ok, si, dopotutto aumenta il numero di contenuti ma aiutano a distinguere VitaDaNerd.it dalla massa di blog informatici della blogosfera? No, direi proprio di no.

Si tratta solo di prendere una news da una o più fonti (leggi: blog che ne hanno parlato prima di te) e riscriverla reinterpretandola magari con qualche commento. Nessuna novità rispetto alla news originale e dunque nessun contenuto inedito. Questo è il problema.

C’è da dire però che dopotutto questo blog deve rimanere al passo coi tempi, quindi mi sono messo alla ricerca di un modo per socializzare  un po’ con voi utenti, un modo per creare una comunità. Un posto, insomma, dove segnalare delle notizie interessanti e discuterle insieme (invece che perdere tempo a riscriverle), lasciando al blog “”"solo”"” delle guide, delle segnalazioni su progetti in corso, delle riflessioni vere e proprie che non derivino da news prese da altri blog.

È qui che inizia la mia avventura su Buddypress, che mi ha portato a scegliere un nuovo tema e a sistemarlo per farlo aderire alla meglio al plugin. Ovviamente perché i temi originali compatibili con Buddypress fanno altamente schifo. Sebbene le buone intenzioni, tuttavia devo ammettere che il risultato non è proprio quello che mi aspettavo. Mi sarebbe piaciuto poter includere link un po’ come su facebook ma evidentemente avevo sopravvalutato il plugin.

Ad ogni modo, visto che mi sono sbattuto due settimane tanto vale tenercelo per un po’. Se qualcuno di voi ha qualche suggerimento di qualsiasi tipo, di qualche tema interessante o piattaforma alternativa sono tutt’orecchi. Nel frattempo, vi lascio con un sondaggio: in home page preferite avere le social news o gli ultimi post pubblicati? A voi la scelta :)

Quale home page per VitaDaNerd.it?

  • Social news dal mondo nerd :) (100%, 1 Votes)
  • Ultimi post (0%, 0 Votes)

Total Voters: 1

Loading ... Loading ...

 

Share

BytePac, il box per HD in cartone che strizza l’occhio all’ambiente

Share

Lo ammetto: questo coso è davvero carino. BytePac è un box per hard disk tedesco realizzato in cartone in modo da risparmiare (qualcosina) e salvaguardare in qualche modo l’ambiente. Basta inserire il disco all’interno di un’apposita scatola e poi quest’ultima dentro a un raccoglitore etichettabile, collegare alimentatore e cavi vari e l’hard disk sarà subito funzionante e accessibile.

La mia unica preoccupazione è che il tutto possa surriscaldarsi e addirittura prendere fuoco, ma il cartone mi sembra ben bucherellato e una serie di incastri e alette contribuiscono comunque a creare un sistema di raffreddamento passivo.

Se volete comprarvi il kit completo preparatevi a sborsare 39,95€ iva inclusa. Non riesco comunque a capire perché vendano 3 scatole e alloggiamenti e un solo kit per la cavetteria. Se avessero incluso una sola scatola + alloggiamento e un solo kit di cavi forse il tutto sarebbe costato un po’ meno e avrebbe avuto un po’ più senso.

Share
 
Facebook login by WP-FB-AutoConnect